La Corte dei conti europea lancia un nuovo allarme sul funzionamento del Recovery and Resilience Facility (RRF), il maxi-fondo da oltre 577 miliardi di euro creato dall’Unione europea per sostenere la ripresa post-pandemia. In un rapporto pubblicato mercoledì, gli auditor europei denunciano gravi lacune nella trasparenza e nella tracciabilità della spesa, avvertendo che il modello usato per i Piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR) rischia ora di essere replicato anche nel prossimo bilancio pluriennale dell’UE.
Al centro delle critiche c’è il sistema di finanziamento “non legato ai costi”, introdotto per la prima volta su larga scala con il Recovery fund. Diversamente dai fondi strutturali tradizionali, Bruxelles non rimborsa spese effettivamente sostenute, ma eroga denaro agli Stati membri una volta raggiunti determinati obiettivi e milestone concordati nei piani nazionali.
Secondo la Corte, però, questo modello rende molto più difficile capire come vengano effettivamente utilizzati i fondi europei. “Non abbiamo un quadro completo di come vengono spesi i fondi del RRF”, ha dichiarato Ivana Maletić, membro della Corte responsabile dell’audit. “I cittadini hanno il diritto di sapere come vengono utilizzati i soldi pubblici, chi li riceve e quanto viene realmente speso”.
Costi reali ignoti e dati incompleti
Il rapporto sottolinea che la Commissione europea non raccoglie dati sui costi effettivi delle singole misure finanziate dal Recovery fund, anche nei casi in cui gli Stati membri dispongano di tali informazioni. Una mancanza che, secondo gli auditor, limita la capacità di Bruxelles di valutare se i fondi siano stati spesi in modo efficiente.
In molti casi analizzati, i costi reali dei progetti completati risultano inferiori alle stime iniziali utilizzate per determinare i finanziamenti europei. Se questa tendenza dovesse proseguire, avverte la Corte, il denaro ricevuto da alcuni Paesi potrebbe non essere più “ragionevolmente vicino” ai costi effettivamente sostenuti.
Gli auditor rilevano inoltre che non tutti gli Stati raccolgono sistematicamente i dati richiesti sulla destinazione finale dei fondi. In alcuni casi le informazioni vengono fornite solo su richiesta e con ritardi che possono superare diversi mesi, riducendo così la possibilità di controllo pubblico e analisi indipendenti.
Chi prende davvero i soldi?
Uno dei punti più critici riguarda la trasparenza sui beneficiari finali. Le regole del Recovery fund prevedono che ogni Stato pubblichi l’elenco dei 100 maggiori destinatari dei fondi, ma secondo la Corte questo obbligo è insufficiente per capire davvero dove finisca il denaro europeo.
In oltre metà dei casi esaminati, i principali beneficiari risultano essere ministeri o enti pubblici nazionali. Tuttavia, gli Stati membri non sono obbligati a rendere pubblici i successivi pagamenti effettuati da queste amministrazioni verso imprese appaltatrici o altri soggetti coinvolti nei progetti. “Le informazioni pubbliche su chi beneficia realmente del RRF e in quale misura restano incomplete”, scrive la Corte.
Nessuno dei dieci Paesi controllati — Austria, Bulgaria, Estonia, Francia, Germania, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Romania e Spagna — è andato oltre il requisito minimo della lista dei 100 beneficiari.
Il nodo del futuro bilancio UE
Le conclusioni della Corte arrivano in una fase politicamente delicata. Bruxelles sta infatti lavorando alla definizione del prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Ue per il periodo post-2027, e la Commissione guarda proprio al modello del Recovery fund come possibile base per riformare profondamente il bilancio europeo.
Negli ultimi mesi, diversi funzionari europei hanno indicato il sistema basato su obiettivi e milestone come più rapido ed efficace rispetto ai tradizionali fondi di coesione. Ma il rapporto della Corte rischia ora di alimentare le critiche di chi teme un indebolimento dei controlli sulla spesa europea.
Non è la prima volta che emergono dubbi sul livello di accountability del Recovery fund. In passato anche il Parlamento europeo, il Mediatore europeo e l’Ocse avevano sollevato preoccupazioni sulla trasparenza del meccanismo.
Il RRF, creato nel 2021 come strumento straordinario per affrontare le conseguenze economiche della pandemia, terminerà formalmente nell’agosto 2026. I pagamenti agli Stati membri potranno però continuare fino alla fine dell’anno.

